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11月27日 Fustigami Odio Pieno.La pioggia cadeva fitta, quella sera. Finissima, ma così copiosa da rendergli molto difficoltosa la guida. E non bastava mettere alla velocità massima i tergicristalli, perché ne veniva giù davvero troppa.
Vista la scarsa visibilità decise di accostare sul bordo della strada, aspettando spiovesse un po'. Appena arrestato l'auto ne scese e si appoggiò alla carrozzeria, piangendo. Sapeva che le sue lacrime si sarebbero confuse con la pioggia che gli inondava il volto, e che anche se qualcuno si fosse fermato in quel momento pensando che poteva avere l'auto in panne non si sarebbe accorto di nulla.
"Fammi male" disse ad alta voce "Odio Pieno... fammi male" e nel dirlo si voltò bruscamente e tirò un pugno violentissimo al finestrino, sfondandolo. I vetri riempirono il sedile dell'autista e dalle mani iniziò ad uscire del sangue.
Qualche momento dopo un'altra macchina si accostò subito dietro la sua e dal finestrino abbassato il minimo possibile fuoriuscì una voce: "Ha problemi con l'auto?"
Era una donna, nessun dubbio. Tra i 20 ed i 25 anni, a giudicare dal timbro della voce. Si infilò istintivamente la mano ferita in tasca e si avvicinò a lei. La scarsa illuminazione di quella strada mista al maltempo non gli permise subito di vederla per bene in faccia, ma da quello che percepiva gli sembrò che l'età potesse essere quella... aveva la carnagione olivastra e dei tratti somatici non propriamente italiani.
"Sì, in effetti sì!" disse, con voce calma "vengo dal campetto... ho trovato la macchina così, con un vetro sfondato. Ho provato a guidare per un po', ma piove assolutamente troppo!" aggiunse quindi, con tono amichevole.
"Il finestrino sfondato? Accidenti!" fu la reazione della ragazza. "Posso fare qualcosa?" chiese quindi, celando dietro al suo fare pacato una sorta di timore che cominciava a farsi largo in lei.
"In effetti mi farebbe un piacere se mi portasse a casa. Mio padre ha una jeep, tornerei poi qui con lui per trainare l'auto fino a casa!"
"Non ha provato a chiamarlo col celluare?" sì, la situazione era un po' strana. Un ragazzo con il finestrino sfondato in mezzo ai boschi... qualcosa non quadrava, e cominciava ad aver paura. Perché si era fermata? E sì che i suoi genitori glielo dicevano sempre di non fermarsi quando vedeva macchine ferme ai bordi della strada né quando c'era qualcuno che chiedeva l'autostop... ecco, forse avrebbe fatto bene ad ascoltarli i suoi, una buona volta!
"Il problema è che a casa non abbiamo il telefono" rispose il ragazzo, sorridendo.
Pazzesco. Nel 2008 senza telefono. In quel momento giurò a sè stessa che se ne fosse uscita senza problemi non si sarebbe fermata MAI PIU' ad aiutare persone in difficoltà sul bordo di una strada, men che meno di notte! "Ah, capisco. E non ha nemmeno un cellulare cui rintracciarlo, il tuo babbo?" cercava di arrampicarsi sugli specchi come poteva...
"Ho capito. Grazie lo stesso. Buona notte!" fece allora lui, sempre molto educatamente. Poi si girò, tornandosi ad appoggiare alla sua auto.
Salva. Fino ad un secondo prima stava cominciando a sudare freddo, ma ora era salva. Bastava cominciare a rilasciare lentamente la frizione, dando un po' di gas, e se ne sarebbe andata da lì. Fino ad un secondo prima temeva di essere incappato in un maniaco sessuale (se non in un serial killer) ed ora lui era tornato alla sua automobile, lasciandole la possibilità di ripartire in tutta tranquillità, per potersene tornare a casa dove la sua famiglia sarà stata sicuramente in pensiero per lei.
Con un movimento lento rialzò il finestrino e con un gesto meccanico guardò lo specchietto retrovisore, per assicurarsi che non sopraggiungesse nessuno dalle sue spalle, mettendo nel contempo la freccia a sinistra, per avvisare della sua intenzione di tornare ad occupare la propria corsia di marcia. Cominciò a sollevare la frizione, mollando il freno e spostando il piede destro sull'acceleratore. La macchina riprese il proprio moto senza problemi e dopo pochi secondi s'era già lasciata alle spalle il ragazzo (di cui non conosceva nemmeno il nome) e la sua auto.
"Così... fammi male..." ripetè lui. Nel farlo si voltò di scatto e colpì violentemente un pezzo di finestrino che era rimasto attaccato, giusto per completare l'opera. Poi appoggiò le braccia sul tettuccio della sua auto e ci coricò la testa, ricominciando a piangere.
La vita era infame. Una puttana, dicevano molti. Forse aveva ragione. Ti scopava fino all'osso, ma il conto era salato.
Non aveva più punti di riferimento, né niente in cui credere. In quei momenti ripensava alla sua infanzia ed alla visione del mondo che all'epoca aveva, alle sue speranze, ai suoi sogni... più ci pensava più un misto di delusione, odio e depressione lo sconquassava.
Dopo qualche minuto si riscosse dallo stato di semi-trance in cui era caduto ed infilò un braccio nell'abitacolo, per estrarlo poi tenendo in mano un pezzo del finestrino che poco prima aveva mandato in frantumi.
"Fammi male..." disse nuovamente, con voce asettica "Odio Pieno..." aggiunse, appoggiandosi il pezzo di vetro sul volto, facendo una piccolissima incisione sul suo volto... un graffio, diciamo.
Proprio in quel momento si accostò una macchina nella corsia opposta e da uno spiraglio del finestrino ne uscì un "vieni, ti porto a casa!"
Era lei? La ragazza che poco prima si era fermata e gli aveva negato un passaggio era tornata per darglielo? Rinfilò quindi la mano in tasca, per non fargli vedere il sangue che continuava ad uscirne, nascondendoci anche il pezzo di vetro con cui poco prima stava per rovinarsi per sempre il viso. Si avvicinò quindi alla ragazza con passo lento, compassato. "Sicura ch'io non sia uno stupratore?" disse poi, con un tono di voce incolore.
"In effetti no, ma i miei rimorsi di coscienza hanno avuto la meglio." rispose "Salta su, avanti! Con tutta la pioggia che ti sei preso facile ti venga la febbre, se aspetti ancora un altro po' una broncopolmonite non te la leva nessuno!" aggiunse poi, con voce allegra. Non si fidava di lui, ed un po' ne aveva paura. Il timore non l'aveva abbandonata, ma la sua sensibilità la portava a non riuscire a lasciare un ragazzo, per quanto sconosciuto, in quello stato.
"Ok." e sorrise per fare poi il giro dell'auto con passo veloce, aprendo la portiera con mano ferma e salendo in macchina. "Solo che ti bagnerò tutta l'auto! Spero mi permetterai poi di pagarti un bel lavaggio interno, perché te la concerò da schifo!"
"Ma figurati! Non ti preoccupare!" era intimorita, ma cercava di non darlo a vedere facendo perdurare nella sua voce quel tono allegro con cui cercava di essere il più amichevole possibile ne confronti dello sconosciuto. Sconosciuto... in effetti ancora non sapeva il suo nome! "Piuttosto... dimmi almeno come ti chiami!" chiese quindi, non riuscendo a mettere un freno alla sua curiosità tutta femminile.
"Il mio nome?" una leggera smorfia di disgusto gli dipinse la facca per un attimo "Non lo uso da così tanto tempo che nemmeno lo ricordo!" disse, scostandosi una ciocca di capelli zuppi dalla fronte "Posso dirti però che gli amici mi chiamano Polifemo" aggiunse subito, con un bel sorriso dolce che prese il posto della smorfia di disgusto di poco prima. Polifemo... e sì che non è che sia un bel nome... come poteva chiamarsi in modo così tanto brutto da provocargli così tanto disgusto, se poi gli piaceva farsi chiamare Polifemo?
"Polifemo?" ripetè lei, pensierosa "E sì che hai due occhi, eh!?" disse ridendo.
"Già. E non sono nemmeno gigantesco, anzi!" fece allora lui, unendosi alla risata. In quel momento i loro sguardi si incrociarono per un attimo e lungo le schiene di entrambi passò come un brivido.
Lei non perse quindi tempo e volse lo sguardo da un'altra parte, guardando quindi uno specchietto ed apprestandosi a fare inversione di marcia. Lui invece, con la mano sempre ben fissa in tasca, strinse con molta più forza il pezzo di vetro che lì era contenuto, peggiorando la situazione della sua già rovinata mano.
"E tu?" chiese lui "Tu invece come ti chiami?"
"Mahsa." fu la risposta, secca.
"...dai! Seriamente!" ribattè lui, sogghignando "o vuoi dirmi che anche tu non ricordi il tuo nome di battesimo?"
"Non sono stata battezzata" fece lei, placida.
"Dai, hai capito benissimo!" portando il suo sogghignare verso una risata più piena.
"Guarda che mi chiamo proprio Mahsa" disse quindi la ragazza, asciutta. "E' persiano. Significa simile alla Luna" e nel dirlo gli rivolse uno dei più bei sorrisi che Polifemo avesse mai visto, facendogli riprovare un certo brivido lungo la schiena e portandolo a stringere nuovamente in maniera vigorosa il pezzo di vetro.
"Ah, cavolo!" disse lui, manifestando una certa dose d'imbarazzo per l'accaduto "scusami, non volevo... in effetti, però, avevo immaginato tu non fossi italiana."
"In realtà lo sono da parte di padre" ribattè allora, con il sorriso che per poco non si tramutò in una fragorosa risata, vedendo l'imbarazzo di lui crescere sempre più.
"Ok, basta gaffe" affermò Polifemo, arrossendo. "Meglio che me ne sto zitto." aggiunse quindi, con tono deciso; cosa che spiazzò non poco Mahsa, che decise di tacere, da lì in poi.
Per qualche minuto procedettero così, in silenzio. La pioggia stava diminuendo e la visibilità migliorava di minuto in minuto.
Ad un tratto Mahsa si rese conto che non sapeva nemmeno dove abitasse lui, quindi non sapeva con esattezza dove dovesse dirigersi. Stava andando in città, ma una volta lì? Solo che il suo tono perentorio con cui aveva chiuso il discorso poco prima l'aveva rimessa un po' in soggezione e non era tanto dell'idea di ricominciare a parlare. Del resto, però, non poteva nemmeno girare a vuoto fino a che lui non avesse deciso di ricominciare a parlare, quindi mise assieme tutto il suo coraggio e si decise a proferire: "Polifemo, scusa... non mi hai detto dove abiti..." cercando di essere il più tranquilla possibile, per non far trasparire il suo stato di malessere che in quel momento l'aveva presa.
"Hai ragione, in effetti." rispose quindi lui. "Ma è facile, abito nella prima casa che incontreremo su questa strada, subito dopo il cartello che ci avviserà di essere entrati in paese."
"Ah, ok..." il suo tono le era sembrato essere tornato tranquillo e con esso anche lei cominciava a sentire i suoi nervi distendersi un poco.
"Scusa se non parlo molto" aggiunse quindi lui, guardandola "ma sono molto stanco. Stasera ho giocato e complice il fatto che non sono al top della forma beh, mi sento parecchio stanco." e nel dirlo appoggiò la testa al finestrino.
"Non ti preoccupare, non hai certo nessun obbligo nei miei confronti. E se sei stanco ti capisco, vengo da una full immersion del mio corso di teatro, non credo di essere molto più frasca di te!" rispose lei, tornando a sorridere, questa volta senza forzarsi.
Era così bello il suo viso, quando sorrideva. Una bellezza particolare, molto fine e con quel tocco di esotico indubbiamente intrigante. Più si sentiva esserne affascinato più stringeva il pezzo di vetro nella sua mano.
"Beh, sei stata gentilissima a darmi questo passaggio" disse lui, con tono un po' paternale "di questi tempi non c'è da fidarsi di nessuno, purtroppo. Certo che avendo una sorella ti dico anche che dovresti stare più attenta! Una ragazza sola non dovrebbe proprio nemmeno pensarci, a queste cose!"
La stava mettendo in guardia? Per un attimo i suoi muscoli si tesero. "Ma mi è andata bene, no? E poi i buoni samaritani non esistono mica solo nella vostra Bibbia, eh!" disse quindi, forzandosi di essere naturale, sperando di riuscire nell'intento.
"Sì, stavolta sì. Ma sta comunque attenta, lo dico per te" le rispose, tornando a poggiare la testa sul finestrino.
Sì, dai. Le era andata bene. Non c'era proprio motivo di preoccuparsi, si disse.
Da lì in poi, per i successivi (pochi, in verità) minuti che trascorsero prima dell'arrivo a casa di Polifemo non parlarlono più, entrambi spossati dalla giornata (o dalle fatiche della vita?).
Giuntivi lei ci si fermò davanti e lui scese senza troppi convenevoli, con un rapido "grazie di tutto" proferito a mezza bocca, cosa che la fece restare piuttosto male.
Messo un piede sull'asfalto decise però subito di risalire in macchina, richiudendo la porta.
"Scusami" disse quindi. "E' che... non lo so nemmeno io. Però segnati il mio numero, così potrò pagarti il lavaggio interno per rimediare allo schifo che ti sto lasciando."
"Ok, lasciamelo pure" rispose Mahsa.
Era una ragazzo davvero strano, lui. Enigmatico, misterioso... non riusciva a capirlo. Chissà cosa gli passasse per la testa.
Dopo aver lasciatole il numero di cellulare Polifemo scese dall'auto, che ripartì senza esitazioni. Restò per un attimo in strada a guardarla allontanarsi, finché non scomparve dietro la prima curva. Poi si voltò e si avviò con passo pesante verso casa. Arrivato davanti alla porta, tutto intirizzito dal freddo per la tanta acqua presa, si sentì svenire e ci si accasciò proprio davanti, inerme. 11月18日 La dignidad."Quanto sono bello" disse guardandosi allo specchio. Perché c'era poco da fare, si piaceva. Anzi no! Era proprio bello. Non è che si piacesse, è che obiettivamente era davvero un fiore. Alto, lineamenti fini, viso pulito, mai un capello fuori posto, lampadato quel giusto... un bijoux. Chiaro che piacesse alle donne, si diceva.
Infilandosi la giacca uscì di casa, sbattendosi la porta d'ingresso alle sue spalle, con un colpo secco. Proprio in quel momento dalla porta accanto alla sua usciva Valeria, la sua vicina. Valeria era una ragazza molto carina, di una bellezza non appariscente come quella di una velina, ma forse per questo molto più interessante. Lui prima di infilarsi i Ray Ban nuovi di pacca la guardò dritto negli occhi, con quel suo sguardo sicuro ed un po' arrogantello di chi sa di piacere, di chi crede di poter avere tutte le donne del mondo.
Una volta fuori di casa sale sulla sua fiammante Porsche posteggiata in garage e si avvia verso il posto di lavoro, mentre i raggi del primo sole gli baciano il volto e l'aria frizzantina del mattino allieta i suoi polmoni. Cosa poteva chiedere di più? Donne, soldi, successo... nulla gli era negato, in questa vita. Tutto ciò che voleva lo otteneva, e quando qualche ammiccamento non era sufficiente ecco che si metteva a contare la pila e lo acquistava. Era sempre stato così, per lui. Fin da bambino. Aveva avuto la fortuna di nascere in una famiglia bene, la classica famiglia altolocata con i genitori che quasi si danno del lei e che frequentano gli ambienti più in della città. La classica famiglia di industriali che compra case un po' in tutta Italia, perché non sa di cosa farsene dei soldi e che ti manda nelle migliori scuole private per avere la certezza che il titolo di studio sopperisca alle eventuali mancanze di capacità fisiologiche in una persona. La classica famiglia altoborghese che ti fa passare l'estate al mare, ma con una tata... perché il papà è troppo impegnato a sbattersi la segretaria in ufficio, la mamma ad ingrassare le tascha degli psicanalisti e a fare shopping compulsivo. Insomma, le classiche famiglie per bene, quelle che tutti stimano ed ammirano. Nulla gli era mai stato negato, non sapeva cosa volesse dire "NO", né quello che potesse essere il sapore che c'è nel fondo, cosa voglia dire mangiare la pasta riscaldata della sera prima perché papà è alcolizzato e mamma pulisce le scale dei palazzoni del quartiere.
Arrivato al lavoro si infila subito in ufficio, quasi senza nemmeno salutare la propria segretaria... una ragazzina neo diplomata con un bel visino incastonato in un caschetto di capelli un po' demodè. Sedutosi alla scrivania comincia a scorrere la propria rubrica telefonica, per decidere con chi passare la serata:
"Alice? No, mi ha stufato. Poi comincia a parlare di gatti e non si ferma più! Barbara? Mhm... nah, troppo freddina. Clelia proprio no, quella è frigida! Delia non sarebbe male in effetti, non fosse rozza quanto una scaricatrice di porto! Francesca? Ah, no! Stasera lavora al pub. Giorgia non mi va di vederla, poi mi tira le pezze coi suoi ex... ma cosa me ne frega e me delle corna che ti hanno messo? Helen è a fare una sfilata a New York. Peccato però! Un paio di pippate e non si ferma più quella! Luisa? Zero. Anzi, ora la cancello... quella mi morde tutte le volte che gode! Ho ancora i segni sulla spalla. Moira... uff, bruttina. Ero proprio ubriaco quando la portai da me. Mi sa che devo cancellare anche lei. Nicole? Ha un bel nome e due belle bocce, ma sta lontanuccia, non mi va di guidare. Paola? Paola..." e, di colpo, il suo viso si rabbuiò. Per un attimo sentì la pressione scendere e come il formarsi di alcune goccioline di sudore freddo sulle tempie. Paola... lei sì, lei era splendida. Aveva un corpicino perfetto e due labbra tutte da baciare. Il suo profumo dolce e suadente lo stregava ogni volta, ed in più sapeva come fare sesso. Inoltre beh... a differenza delle altre aveva anche argomenti e quando apriva la bocca non era solo per dire banalità o dedicarsi al sesso orale. Forse... forse fu anche l'unica ragazza di cui arrivò ad innamorarsi, almeno un po'. Lui che era così tanto abituato ad avere mille storielle per qualche attimo si fermò, quando la conobbe... salvo poi riprendere subito dopo con il suo classico tran tran di uscite, bevute e...
Si alzò, affacciandosi alla finestra. Guardò il parco di fronte al suo ufficio e vi vide due ragazzini, due adolescenti che avevano bigiato la scuola. Erano seduti su di una panchina, e si tenevano la mano. Lei lo guardava dritto negli occhi, innamorata che si perdeva nell'altrui sguardo. Lui faceva l'altezzoso, come se la cosa non lo toccasse. Quei due gli ricordavano tanto lui e Paola, quando alla stessa età si erano conosciuti.
Era un pomeriggio primaverile e lui aveva appena finito la sua partita di calcio, segnando il goal della vittoria. I suoi amici non facevano che complimentarsi con loro ma lui era piuttosto annoiato... quante volte si era ripetuta quella scena!? Ad un tratto dietro la spalla di uno di essi scorse lei, una splendida 17enne ben curata che chiacchierava con una sua amica, seduta sugli spalti del campo. Ne rimase subito colpito e fu in quel momento che decise l'avrebbe fatta sua. A conquistarla, in effetti, non ci mise molto. A metterle le corna ancora di meno. Da quel momento la loro storia si protrasse, non si sa bene in che modo, per qualche anno. Un po' provarono anche a stare assieme, ma lui non ci riusciva proprio. Non era capace di stare con una persona, e quando ciò accadeva iniziava subito a pensare a quale sarebbe stata la sua prossima conquista. Molte erano le cose che lui le faceva mancare, tante erano le attenzioni che non le regalava... ma lei... lei ne era innamorata e passava sopra a tutto.
Il tempo, però, logorò le cose... ed arrivò il momento in cui anche lei decise che la storia sarebbe finita lì. La fine della loro storia non fu un grosso trauma per lui. Certo, una in meno con cui passare le proprie nottate... ma per una che se ne va altre nove se ne trovano, gli diceva sempre suo padre.
In quel momento, però, le cose erano diverse. In quell'attimo perse tutta la sicurezza in sè stesso. Non si sentiva più ricco, piacente, soddisfatto... aveva solo un grande vuoto dentro. Capì che tutti quei rapporti di plastica a nulla gli erano serviti, se non a potersi vantare con gli amici della propria collezione di donne. In quel momento capì che il suo comportamento idiota gli aveva fatto perdere l'unica cosa al mondo che valesse più dei suoi soldi e della sua bellezza: l'amore.
Si voltò di scatto e tornò alla scrivania; prese in mano il cellulare e schiacciò il tasto che fece partire la chiamata. Erano un paio d'anni che non si sentivano più, ma ora aveva bisogno di lei.
"Rispondi, rispondi!" si ripeteva, implorando il destino affinché lei avesse il cellulare sottomano.
"Pronto?" disse Paola, con voce suadente... La sua voce! Quanto tempo...
"Paola?" disse lui, con la voce un tantino tremante. Nessuna risposta. "Paola sono io..." aggiunse allora, con la voce sempre più tremante.
"Cosa vuoi?" queste parole gli caddero addosso come macigni. Mai prima di allora lei aveva usato quella freddezza nei suoi confronti, nemmeno quell'ultima volta quando, in lacrime, gli disse che non voleva più vederlo né sentirlo.
"Paola ho bisogno di te! Ti amo!" gridò allora, con la voce rotta dall'emozione.
"Ma vaffanculo." fu la risposta. Sibillina. Dopodiché attaccò.
Il suo cuore per un attimo smise di battere, il cellulare nuovo gli scivolò dalle mani andandosi a frantumare per terra. L'aveva respinto. Proprio ora che aveva deciso che avrebbe messo da parte tutte le sue amichette per dedicarsi a lei. Beh, insomma... chiaro, non è che avrebbe tagliato i rapporti proprio con tutte tutte... però dai, inutile farsi paranoie per niente! E' giusto coltivarsi anche delle amicizie!
Ad un tratto una grossa rabbia si impossessò di lui. Rifiutato? Ma non poteva essere! Sollevò la cornetta del telefono dell'ufficio e compose il numero di Paola. Dopo pochi secondi la stessa voce suadente che aveva udito poco prima gli rispose di nuovo:
"Pronto?"
"Ma come ti permetti di attaccarmi in faccia?" urlò lui, irato.
"Ancora tu?" d'un tratto la sua voce riprese la freddezza che aveva assunto appena capito di chi si trattasse "ma cosa vuoi? Lasciami stare. Ti avevo detto di non farti sentire più." continuò lei.
"Non ti permettere mai più di attaccarmi in faccia, bambinetta! Hai capito? Mai!" la sua voce era sensibilmente alterata, già non ricordava più la motivazione che l'aveva spinto a chiamare.
"Ma ti rendi conto? Sai quanto mi hai fatto soffrire? Sai quanto ti ho amato? Sai quanto ho pianto per te? Sai quante volte avrei voluto morire perché tu eri tra le braccia di un'altra? Ti rendi conto di quanto sei stupido ed egoista, o pensi che una laurea in un'università prestigiosa sia la garanzia che a livello umano vali qualcosa? Mi fai schifo! E come se non bastasse ora, dopo due anni, te ne rispunti fuori dicendo che mi ami? Ma tu non sai nemmeno lontanamente cosa sia l'amore! Sei troppo egoista per poter amare! Lasciami in pace!" gli vomitò addosso, tutto d'un fiato.
"Smetti di sbraitare!" le disse lui, alzando ulteriormente la voce "e non permetterti nemmeno di insultarmi in questo modo! E io che credevo tu fossi una persona intelligente. Ma l'educazione non te l'ha mai insegnata nessuno? Ti stavo chiamando perché ho capito che sei la donna giusta per me, ma dato che sei sciocca ora attacco e ne chiamo qualcun'altra." aggiunse poi, cercando di ricomporsi.
"Ecco. Bravo. Fai così, e non provare mai più a chiamarmi. Io per te sono morta. Capito? MORTA. E non lo dico per dire... mi hai già ucciso una volta, ora esci dalla mia vita" e così dicendo riattaccò il telefono.
Lui si risiedette, pensieroso. Come aveva osato attaccargli il telefono in faccia ancora? Non fosse stato un signore sarebbe andato a prenderla a sberle di persona. Stronzetta. Ma come gli era venuto in mente di richiamarla?
Erano le cinque e mezza del pomeriggio, ora di staccare ed andare in palestra.
La giornata, dopo quell'inizio un po' così, era scorsa tranquilla, con una riunione un po' noiosetta e poco altro. Ora un po' di allenamento e poi cena con Tiffany, una stilista losangelina che era in Italia per un periodo di relax. Una bella ragazza, giovane, snob ed un pochino troppo anoressica... ma lavorando nel mondo della moda...
Salito in macchina mise il cd del suo gruppo preferito e si avviò veloce verso la palestra, sita proprio accanto al centro sportivo dove epiche battaglie aveva combattuto, quando ancora adolescente si dilettava sui campi di calcio. Arrivatoci sentì l'impulso irresistibile di entrarci. Una volta lì guardò le tribune e partì in automatico una sorta di back in the days... in un attimo si ritrovò catapultato a quel pomeriggio, quello in cui incontrò Paola per la prima volta.
Subito risentì il bisogno di richiamarla. Fortunatamente mentre era in riunione aveva mandato la sua segretaria a comprargli un nuovo cellulare. Lo estrasse veloce dalla tasca e fece partire la chiamata. Questa volta, però, non ottenne risposta. Anzi, dall'altro capo del filo la telefonata venne respinta. Riprovò un altro paio di volte, senza miglior fortuna. La rabbia tornò ad impossessarsi di lui e, per il nervoso, lanciò il cellulare contro al muro, spaccandolo.
Poi risalì in macchina, pronto a completare il suo progetto per la serata: allenamento in palestra prima, nel letto con Tiffany poi. 11月12日 All eyes on you.All eyes on you, motherfucker vieni a prendermi, non è facile... do or die, do or die... motherfucker non cambi mai...
Attaccato al tuo costume da attore ricopri una parte, mi pare che ti venga naturale. Normale pensare che non vuoi capire che ci si fa male a giocare... e quando il gioco si logora chi ti viene a salvare? Dove sono i carnales? "Sono rimasto solo"... sarai interrato come tutti gli altri, e questa volta la tua luce non verrà a salvarti. Ahora que tu vida se prepara a terminar tienes miedo que nada te acordarás, mira donde termina esta vida, es la muerte, mira, es un misterio tan facil de explicar. Tú no conoces la integridad de los latinos y de los padres, la dignidad... io so la cosa che tu vuoi di più... all eyes on you!
All eyes on you, motherfucker vieni a prendermi, non è facile... do or die, do or die... motherfucker non cambi mai...
Nada pietà per chi non ha rispetto e poi parla, parla, parla e parla. Io non mi fido di nessuno, quindi resto in guardia e con calma, rilassato sotto a una palma.. non mi interessano le scuse, ora non la miri, guarda... vuoi che ti ascolti? Spiacente, ma l'ora è tarda. Quello che è fatto è fatto e indietro più non si guarda... vieni a prendermi! No retro-front, qui non ci sono caramba; i miei randagi sulla pelle hanno il logo della mia banda. Il barrio è rasta, come il palazzo... tu qui non entri perché ci stai sul cazzo. Mani congiunte come in preghiera, volto coperto come dentro in miniera.. io non dimentico il conto da pagare, ti attendo coi miei homies in riva al mare.
All eyes on you, motherfucker vieni a prendermi, non è facile... do or die, do or die... motherfucker non cambi mai...
Il mondo è pieno di fenomeni, però nella mia città ci sono quelli cronici.. ma tutto il mondo è paese, un sacco di storie tese fan da corollario ad un casino di contese, alle prese con i soliti problemi, i soliti schemi, con i soliti problemi... l'hip-hop è vivo? L'hip-hop è morto? L'hip-hop è sano? L'hip-hop è marcio?... come il Mondo! Ci vorrebbero più uomini e meno forum, ci vorrebbe dignità ma ad ogni modo la mala yerba nunca muere y esto ya lo saben, no tengo amigos porque tengo carnales.. Vivi di luce riflessa ma poi chini la testa quando arriva il momento, contessa... ricco di luce, ricco di brama, sei solo il primo nella lista tra i figli di puttana!
All eyes on you, motherfucker vieni a prendermi, non è facile... do or die, do or die... motherfucker non cambi mai... 11月5日 Le mie ultime 16 ore...Dato che è un po' che non scrivo nulla sul blog, e mi spiace che il mio impegno a riguardo sia latente, vi racconterò come ho passato le mie ultime 16 ore.
Dato che immagino non interesserà a nessuno (non è vero, a qualcuno sì! ^_^) potete anche non leggere quanto qui di seguito.
Innanzitutto ieri dopo cena ho terminato la sistemazione del mio letto matrimoniale... finalmente ho preso anche le reti a doghe, ora sono a posto. Ieri le ho appunto portate fino in mansarda (con fatica, non ci passavano) e poi ho montato i piedini... ora con il letto ed il materasso in aqua gel formano un bel trittico
Ho terminato la sistemazione del letto giusto in concomitanza con l'inizio di Roma-Chelsea, che mi sono gustato comodamente seduto in poltrona. Buona partita dei capitolini, che finalmente tornano alla vittoria. Grande Vucinic, che ha corso per quattro e deciso la partita.
Dopo i post partita mi sono visto (aspettando che gli scrutini dell'elezione americana entrassero nel vivo) la replica di Olympique de Marseille - PSV Eindhoven, con l'OM vittorioso per 3 a 0 ed un super Ben Arfa (qui potete vedere i suoi due assist: http://videos.sapo.pt/kOZKaTZc1gL2iGJazizr - http://videos.sapo.pt/CIRjDmzRDuE3WgLbqbgC ) che dimostra ogni giorno di più il proprio talento. Credo proprio mi comprerò la maglia dell'OM, del resto ho quella del PSG e del Bordeaux, la loro mi manca!
Finita la replica della partita ho poi seguito, fino alle 5 circa, le elezioni americane... un po' guardando il programma di Mentana su Canale 5, un po' tramite il sito della CNN. Sono andato a letto che ancora la vittoria di Obama non era assicurata, ma comunque praticamente certa. Stamane mi sono svegliato ed ho visto che nonostante i dati non fossero ancora definitivi il margine di grandi elettori era notevole, e gli stati guadagnati da Obama per i Democratici rispetto alla precedente elezione erano diversi. Che dire... finalmente si cominciano ad abbattere certe stolte barriere razziali. Peccato che intanto in Italia ci siano rigurgiti fascisti (tipo Gelli invitato in TV e i gruppi che prima attaccano i manifestanti di piazza NAvona e poi irrompono in RAI)... beh, se non altro ora so dove andare qualora la situazione qui precipiti.
Dopo aver guardato i risultati delle elezioni, quindi, mi sono messo a vedere la finale (prima della mia vita) della Asian Champions League, partita vinta dal Gamba Osaka per 3 a 0 sull'Adelaide United.
Debbo dire che vedendo lo scorso mondiale per club mi sento di dire che il livello degli Urawa Red Diamonds (la squadra che vinse la scorsa ACL) era superiore a quello di questi Gamba Osaka... il punto è che gli Urawa Red hanno cambiato alcuni componenti della loro squadra (come la punta Washington) e si sono dovuti arrendere, quest'anno, in semifinale (proprio al cospetto dei Gamba Osaka).
Il livello medio della partita è stato ovviamente notevolmente inferiore agli standard cui sono abituato, ma comunque il calcio asiatico sta crescendo e si vede (ricordo le prestazioni delle nazionali asitiche che vedevo giocare negli anni 90... qualcosa sta cambiando!).
Ed ora eccomi qui... a sproloquiare about a boy...
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